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Flora FSA

Vegetazione e flora

L’escursionista che si avventura nella Foresta di Sant’Antonio può ammirare il susseguirsi di ambienti che si intersecano tra loro, riuscendo a coglierne gli aspetti più particolari e interessanti in un contesto che conserva ancora un’elevata naturalità.

La faggeta è il tipo di bosco più diffuso nell’area, seguito poi da quelli di conifere, dalle cerrete, le carpinete e i boschi misti. Altri habitat presenti sono gli arbusteti, i prati-pascolo e le zone rupestri.

 

LA FAGGETA

 

Molti percorsi portano il visitatore ad attraversare faggete più o meno estese, costituite da bellissimi esemplari anche molto vecchi; esse durante l’estate offrono conforto durante le calde giornate, mentre d’inverno, prive di foglie, consentono di scoprire qualche animale alla ricerca di cibo.

La faggeta cresce di solito dai 900 ai 1500 metri di quota, su terreni freschi e profondi. Essa necessita di una costante disponibilità di acqua e non tollera sbalzi di temperatura.

Alle quote superiori questa cenosi può raggiungere il crinale montano, mentre a quote inferiori ci possono essere boschi “puri” monospecifici, cioè composti da soli faggi, oppure “misti”, cioè faggio con altre specie arboree, specialmente abete bianco. All’interno della faggeta può capitare di imbatterci in lembi boschivi costituiti da piante pioniere come nocciolo, pioppo tremolo, betulla e maggiociondolo.

Il faggio (Fagus sylvatica) è una latifoglia decidua (a foglie caduche) che può raggiungere dimensioni notevoli come nel caso del Faggione di Prato a Marcaccio, albero monumentale presente all’interno della Foresta di Sant’Antonio, che raggiunge un’altezza di 30 metri e una circonferenza maggiore di 5 metri. Nella foresta ci sono molti esemplari di faggio vecchi ed enormi chiamati “matricine”, cioè alberi che svolgono la funzione di riproduzione da seme.

Le foglie sono ellittiche, appuntite, con margine crenato e aspetto lucido; la corteccia è grigia e liscia. I frutti pelosi (faggiole) sono a forma di riccio e rappresentano uno dei cibi preferiti da scoiattoli, ghiri e ghiandaie.

Le chiome dei faggi non consentono molto facilmente il passaggio dei raggi solari e per questo motivo il sottobosco è molto scarso. Tra le specie arbustive più comuni ci sono la berretta da prete (Euonymus europaeus) e il fior di stecco (Daphne mezereum) mentre la componente erbacea è costituita da diverse specie di Pteridofite e da Senecio fuchsii, Hieracium murorum, Melica uniflora, Urtica dioica, Luzula nivea, varie specie del genere Geranium, Festuca ovina, Brachypodium pinnatum.

Particolarmente suggestive sono le fioriture che avvengono alla fine dell’inverno e che regalano colori bellissimi alla faggeta: le scille, l’anemone dei boschi o erba silvia, l’anemone fegatella, la stellina odorosa, l’acetosella, la lattuga montana, l’astranzia e la mercorella.

 

 

 

BOSCHI DI LATIFOGLIE: CASTAGNETI, CERRETE, BOSCHI MISTI

 

I boschi di castagno (Castanea sativa) sono formazioni vegetali che si susseguono nell’Appennino toscano e sono oggetto ancora oggi di cura e di attenzione da parte delle popolazioni montane.

Il castagno, come testimoniano i resti fossili di pollini, foglie e frutti, era largamente diffuso in Europa ed il suo areale raggiungeva anche la Scandinavia e la Groenlandia nel Miocene, ma durante l’ultima glaciazione subì una notevole regressione. Il successivo cambiamento climatico che portò un rialzo delle temperature, causò una nuova espansione di questa specie. Secondo studi di paleobotanica, in Italia centrale, nel 1000 a.C., si riscontravano pollini di castagno in percentuale pari all'8% del totale della flora arborea. Tale valore subì un notevole incremento nel periodo d’espansione dell’Impero romano, fino a raggiungere addirittura il 48% all'inizio dell'era cristiana. Sembra infatti che gli antichi romani piantassero il castagno per ottenere boschi che fossero, con i loro frutti, un supporto alimentare per le truppe in continuo spostamento da un capo all’altro dell’Italia.

L’importanza economico-sociale dei castagneti e la rilevanza dell’estensione sono stati oggetto di studio in Italia.

I castagneti toscani – come nel resto della Penisola - hanno subito nell’ultimo mezzo secolo una notevole trasformazione, dovuta alle profonde modificazioni economico-sociali, che hanno determinato, nell’area appenninica, l’abbandono dell’agricoltura montana. Tale fenomeno ha provocato un grande ridimensionamento della castanicoltura da frutto. La diffusione di alcune malattie tra cui il cancro portato dal fungo parassita Endothia parasitica, hanno favorito poi la conversione del castagneto da frutto verso formazioni “a ceduo”. Altro flagello dei castagneti è stato il mal di inchiostro portato dal fungo Phytophora cambivora che attacca le cellule del cambio deputate al rinnovamento della corteccia.

Secondo l’inventario forestale di Bernetti, nel 1998 i castagneti in Toscana hanno raggiunto una superficie di 176.928 ha: in prevalenza sono boschi cedui (76,57%), mentre soltanto il 18,3% è costituito da castagneti da frutto. Nella Foresta di Sant’Antonio l’abbandono della coltivazione del castagno è stata abbinata alla rinuncia al ceduo, a causa dell’alto costo dei lavori forestali e ciò ha portato ad una graduale rinaturalizzazione del castagneto con ingresso di altre specie di latifoglie. Le fustaie si ritrovano in loc. Capanna Mandro Vecchio, sopra Poggio al Fantoccio; il bosco di castagno ceduo si ritrova invece lungo le pendici di Poggio Castellare e lungo il Borro di Sant’Antonio. I segni del cancro sono ancora evidenti, tuttavia sembra verificarsi una timida ripresa.

Il castagneto da frutto è formato da alberi di alto fusto con ampie chiome che rimangono in vita per lunghissimo tempo. Di solito, per favorire la raccolta delle castagne, questo ambiente era tenuto sgombro dal sottobosco arbustivo, ripulito da fogliame e talvolta falciato nello strato erbaceo.

La flora accompagnatrice è rappresentata da specie che preferiscono terreni con humus stratificato e umidi: erba lucciola multiflora (Luzula nivea), dentaria minore (Cardamine bulbifera), caglio (Galium mollugo), brugo (Calluna vulgaris), paleo (Brachypodium sylvaticum) e festuca dei boschi (Festuca heterophylla).

Altre specie tipiche del castagneto, endemiche dell’Appennino e subendemiche sono:

·         la digitale appenninica (Digitalis micrantha),

·         l’arisaro codato (Arisarum proboscideum), che predilige boschi umidi e radure,

·         l’elleboro di Boccone (Helleborus bocconei), tipico dei cedui,

·         l’erba cornacchia di Zanoni (Murbeckiella zanonii), amante dei ghiaioni o dei macereti, che si localizza lungo l’Appennino tosco-emiliano dall’Alpe di Mommio fino al Falterona e al Pratomagno,

·         il raponzolo a foglie di Scorzonera (Phyteuma scorzonerifolium) che spazia dalle Alpi occidentali fino alla Liguria e all’Appennino settentrionale.

 

I boschi di cerro sono cedui o in fustaia transitoria e interessano la zona sopra Massa Nera, lungo il Fosso di Melonza e lungo il sentiero per Case Sant’Antonio.

Il cerro (Quercus cerris) è un albero che raggiunge i 30 m d’altezza. Il tronco è diritto a corteccia grigio-nerastra, fessurata con solchi dal fondo rossastro. I rami sono diritti, eretti, a rametti giovani pubescenti. Sono presenti stipole lunghe, filiformi, poste alla base delle gemme e delle foglie. Le foglie hanno un breve picciolo e una lamina di forma lanceolata, ruvida sulle due pagine, con margine interessato da lobi profondi ad apice acuto. Queste si disseccano in autunno e cadono ad inverno inoltrato. I fiori sono unisessuati (dioici): quelli maschili sono riuniti in infiorescenze pendule, cilindriche, sottili (amenti); quelli femminili 2-3 peduncolati posti alla base degli amenti. Le ghiande lungamente ellittiche sono munite di una cupola coperta da squame lineari ricurve verso l’esterno, lunghe fino a 10 mm.

Le cerrete sono distribuite negli ambienti freschi che, dalla pianura, salgono fino a 1.500 metri di quota. Negli ambienti collinari o medio-montani a substrato siliceo fertile e profondo, il cerro è stato frequentemente sostituito dal castagno ad opera dell’uomo.

Attualmente la specie si estende dall’Europa meridionale, alla Regione danubiana, all’Asia minore fino alla Siria e parte della Turchia, mentre è assente in Corsica e Sardegna.

Il nome “cerro deriva dal latino cirrus (ricciolo), termine riferito alle lunghe squame arricciate che ricoprono la cupola della ghianda.

La particolare ubicazione del cerro rispetto alla roverella è dovuta spesso ad esigenze ambientali (edafiche), ossia alla necessità di suoli profondi con buona disponibilità idrica nel periodo estivo.

Assieme al castagno spesso si trovano specie arboree varie che contribuiscono a formare i boschi misti di latifoglie: acero minore (Acer monspessulanum), acero opalo (Acer obtusatum), carpino bianco (Carpinus betulus). Assieme al cerro possono abbinarsi il carpino, la roverella, il frassino, il sorbo.

Esempi di boschi misti di latifoglie si possono trovare nel tratto del sentiero CAI 14 che conduce alla pista forestale.

 

BOSCHI DI CONIFERE

 

I boschi di conifere sono di origine artificiale; le specie più rappresentative nella Foresta di Sant’Antonio sono la douglasia (Pseudotsuga menziesii), l’abete bianco (Abies alba) e il pino nero (Pinus nigra).

Si tratta generalmente di boschi di scarso interesse paesaggistico-naturalistico in quanto si presentano spesso troppo folti per far filtrare la luce necessaria alla crescita di un normale sottobosco e anche la loro idoneità per la fauna risulta abbastanza limitata. I rimboschimenti furono operati prevalentemente nel dopoguerra ai fini di tutela idrogeologica, perché i versanti presentavano ampi spazi completamente denudati a seguito delle varie attività dell’uomo ed oggi, in taluni casi, si assiste all’acidificazione del suolo che non riesce a degradare la grande quantità di aghi che vi cade.

Le douglasiete interessano diverse aree rappresentative come Poggio Castellare, Poggio Sant’Antonio, Case Lavana, fasce lungo il Torrente Resco e sopra Pian della Farnia. Le abetine di abete bianco si trovano invece in località Case Sant’Antonio, Pian della Farnia e nei pressi di Poggio alla Cesta.

Possiamo inoltre trovare boschi di conifere misti, in cui alle specie precedenti si aggiungono sporadicamente il cedro (Cedrus libani), il pino silvestre (Pinus sylvestris), il larice (Larix decidua) o, più frequentemente, latifoglie come carpino nero e orniello.

 

 

 

TORRENTI

 

Alcuni itinerari proposti permettono di conoscere angoli della foresta dove la padrona indiscussa è l’acqua. Tra questi la risalita del Borro delle Fornaci e quella del Borro di Sant’Antonio. Tali corsi d’acqua alimentano il Torrente Resco che arriva a Reggello per poi confluire in Arno. E’ possibile inoltre esplorare altri borri più nascosti e di modeste dimensioni, ma non meno suggestivi come il Borro alla Stufa o il Borro della Rota. E come non accennare alle acque limpide della cascata di Meriggioni che irrompono all’improvviso nel folto della faggeta con un salto spettacolare! Dobbiamo anche ricordare le sorgenti, come quelle di Massa Bernagia, di Fonte al Fosso e la Fonte del Varco.

E’ bene considerare che la portata d’acqua è strettamente legata alle stagioni e quindi ci possiamo imbattere in torrenti straripanti difficili da guadare oppure in tantissimi rigagnoli con poca acqua. Ogni prospettiva suscita nel visitatore particolari emozioni e possiede delle proprie caratteristiche; anche se alcune di esse, come le specie vegetali e animali legate alla presenza dell’acqua, accomunano questi luoghi. La vegetazione lungo le rive è soprattutto costituita da faggi e talvolta anche da alcuni resti di vecchie marronete.

Specie spontanee che in questi ambiti raggiungono il loro optimum ecologico sono salici, sambuchi e ontani. Alcune specie erbacee che si adattano bene in suoli freschi e umidi come quelli delle rive sono i bucaneve, che regalano bellissime fioriture alla fine dell’inverno, i vari tipi di cardamine e l’elleboro.

 

AREE RUPESTRI

 

Salendo verso le quote più alte ci si accorge di abbandonare la foresta e, prima di arrivare sul crinale e sulle praterie, si incontra un ecosistema costituito da rupi, rocce e arbusteti. Anche dove il bosco si dirada lasciando penetrare con maggior intensità i raggi di sole, si nota come prendono il sopravvento gli arbusti, soprattutto ginestre, scope, rovi, ginepri e biancospini.

PASCOLI E PRATI

Le praterie che incontriamo sul crinale sono di origine antropica essendosi formate per l’intensa attività di pastorizia e di allevamento libero del bestiame avvenuta in passato. Oggi distinguiamo la presenza di un pascolo cespugliato, quindi non più utilizzato, costituito da ginestra dei carbonai, pruno, rosa e brugo e un pascolo nudo che segue il sentiero di crinale. Il pascolamento delle mucche che si nutrono di vegetazione, concimando il terreno, favorisce il mantenimento del cotico erboso costituito da graminacee, fra cui Nardus stricta, Poa sp. e Festuca sp.

Le praterie montane dominate dal Nardo (Nardus stricta) - i "NARDETI" - costituiscono un habitat naturale “di interesse comunitario" la cui conservazione è considerata  prioritaria. Attraverso questo importante riconoscimento che tutela i nardeti del Pratomagno nell’ambito della biodiversità europea, è possibile intraprendere azioni di conservazione. Sui prati le specie di fiori che possiamo trovare sono: Orchis mascula, Daphne mezereum, Platanthera bifolia, Dactylhoriza sambucina, Cerastium arvense e Doronicum columnae.


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